Il Value Investing : le regole d’oro per scegliere i titoli giusti

Scritto il alle 9:56 da gianpierobn@finanza

finanza

Viviamo nell’era del trading algoritmico ad altissima frequenza e, come nella più tradizionale delle fabbriche, anche nel mondo della finanza, le grandi banche d’affari e molti fondi d’investimento, stanno progressivamente sostituendo traders e analisti con super computer programmati per elaborare informazioni e prendere decisioni d’investimento alla velocità della luce.

Tuttavia gli apparati hardware e software utilizzati nel trading ad alta frequenza, non sono alla portata di tutti, e sono ancora molti i fondi d’investimento, che ottengono delle performance di tutto rispetto, che ripudiano persino l’analisi tecnica, decidendo l’asset allocation sulla base della sola analisi fondamentale e macro economica.

Quali sono i criteri per selezionare i titoli “Value”?

Partiamo da lontano, siamo nel 1934 quando Banjamin Graham, il padre del value investing e grande maestro ed ispiratore di Warren Buffet, dava alle stampe uno dei suoi due capolavori “Security Analysis” , in collaborazione con David Dodd, seguito da “Intelligent Investor” in cui Graham enuncia le sue 7 regole d’oro per selezionare i migliori titoli.

Eccoli in estrema sintesi:

1) adeguata capitalizzazione ( no alle small cap), 2) solida situazione finanziaria ( rapporto debiti/mezzi propri < 0,5 ); 3) stabilità dei guadagni negli ultimi 10 anni; 4) Dividendi pagati sempre negli ultimi 20 anni; 5) crescita di almeno il 30% della media triennale degli utili negli ultimi 10 anni; 6) P/E calcolato sulla media degli EPS a 3 anni inferiore a 15 e suo inverso (E/P) che deve essere maggiore del rendimento dei bond di lungo periodo ad altro rating; 7) infine la regola del 22,5 : ovvero il prodotto tra P/E e Price Book Value (PBV) inferiore a 22,5.

Graham aveva un approccio rigidamente quantitativo, ma oggi sono poche le società che rispettano tutti i sette parametri di Graham. Se li inserite in un moderno market screener, vi restituirà ben pochi risultati, e sul mercato Italiano praticamente nessuno, soprattutto a causa del rigido parametro sull’indebitamento (la regola n. 2).

Nell’immagine che segue c’è un estratto della selezione di titoli italiani che soddisfano i seguenti requisiti : Roe maggiore del 10%, Eps ultimo bilancio positivo, Eps di periodo positivo, P/E atteso e P/E trailing < 30.

Market Screener di titoli Italiani

Market Screener di titoli Italiani

Sono state estratte 27 società.

Se aggiungo la regola n.2 di Graham per selezionare quelle meno indebitate ( debito/equity < 0,50 ) ne resta poco più del 30%.

Market Screener - alto Roe e basso indebitamento

Market Screener – alto Roe e basso indebitamento

Il premio Nobel Robert Shiller, in tempi recenti ha ripreso il lavoro di Graham e ha elaborato il Cape Ratio o P/E di Shiller (vedi qui), un indicatore largamente utilizzato per la valutazione del mercato azionario.

Usando una semplificazione, possiamo considerare titoli “value”, quelli che risultano “cheap” rispetto ai fondamentali. Sono quei titoli che hanno bassi valori dei multipli come  il PBV (Price Book Value ), P/E (Price Earning), P/FCF ( Price Free Cash Flow) ecc…

Un valore basso deve risultare sempre da una comparazione con il settore, e con l’andamento storico. Un indicatore molto utilizzato per valutare la profittabilità di un mercato, è l’analisi dei valori storici del P/E di Shiller.

Da contrapporre ai titoli “value” ci sono i titoli definiti “growth”, che sono titoli che hanno multipli elevati, e questo avviene in genere perché presentano dei tassi di crescita attesi elevati, in altre parole un Roe elevato.

La valutazione delle società quotate con il metodo dei multipli di mercato però, non si esaurisce nella semplice comparazione tra i multipli, perché essi sono strettamente connessi con i più importanti indici di bilancio, anzi derivano da essi e possono essere costruiti partendo dai fondamentali.

Consideriamo il Price/Earnig : il P/E può essere scomposto nel seguente modo.

Scomposizione del P/E

Scomposizione del P/E

Il tasso “Re” nella formula è il costo del capitale proprio, mentre il tasso G  = (1- pay out) x ROE . 

Il Roe rappresenta la redditività del capitale proprio, è il rendimento di quello che resta all’interno dell’azienda dopo la distribuzione dei dividendi.

Ne deriva che il price earnig ha una stretta relazione con il Roe. In sintesi titoli con alti valori del P/E devono avere Roe alti.

Anche il Price Book Value è legato al Roe, e può essere calcolato nel modo seguente :

Relazione tra Roe e Pbv

Relazione tra Roe e Pbv

Vale quanto detto per il Price Earning, il Price Book Value è funzione crescente del Roe, pertanto titoli con alto PBV hanno, o meglio dovrebbero avere anche una alta redditività del capitale proprio. Ne consegue che i titoli con bassi P/E e P/BV ed alto Roe andrebbero messi in watchlist.

Un semplicissimo metodo di selezione è quello di disporre i titoli in un grafico i cui assi sono il Roe e il PBV, come nel seguente schema tratto dal volume “Manuale di valutazione aziendale” di Damodaran:

Titoli sopravvalutati e sottovalutati

Titoli sopravvalutati e sottovalutati

 

Joel Greengblat, è un investitore americano, fondatore dell’ hedge fund Gotham Capital, che nel ventennio 1985-2006 ha ottenuto rendimenti medi del 40%. Nel testo “Il piccolo libro che batte il mercato” ( è davvero piccolo il libro ma è scritto molto bene) descrive una delle sue metodologie, piuttosto semplice : si considerano solo due indicatori, il primo è il Roi ( Rendimento del capitale investito ) e il secondo è il semplice rapporto Eps / Prezzo ( Earnigs yield).

Si fa’ un elenco di tutti i titoli di un determinato mercato, e si crea una classifica in base al valore dei due indicatori . Dopodiché si scelgono i titoli che hanno lo score più altro sommando la posizione delle due classifiche. Tutto qui….

Avendo a disposizione una buona banca dati, si ci può divertire ( concedetemi il temine ) a creare portafogli sulla base dei diversi ratios di mercato, combinandoli tra loro e testando il rendimento dei portafogli ottenuti.

Io personalmente ritengo che non dovrebbe mai mancare il Roe, la sua scomposizione, e gli indicatori di tensione finanziaria primo tra tutti il rapporto Ebit/Oneri finanziari. E un titolo con in buoni fondamentali difficilmente vi delude….

Titoli Value vs Titoli Growth

Titoli Value vs Titoli Growth

Questi grafici vengono dall’ottimo blog analisifondamentale.it ( qui ) Fanno parte di una serie di post sui titoli value e in particolare sul lavoro del professor Kenneth R. French ( qui ) , il quale ha analizzato una marea di dati storici, confrontando portafogli costruiti con criteri “value” e “growth”, e analizzandone le performance.

Nel caso analizzato nei grafici riportati, è stato utilizzato un criterio di selezione ( ma non è l’unico ) molto simile all’approccio di Greenblat : si ordinano i titoli in base al valore dell’ Eps/Price ( Earning Yield) : il 30% con il valore più alto (ovvero meno cari rispetto agli utili sono gli High nel grafico ) sono i titoli value, il 30% dei titoli con valore più basso (più cari rispetto ai fondamentali  – Low) saranno titoli growth e infine il 40% dei titoli che si trovano tra i due estremi sono denominati i titoli blend.

Si vede bene nei grafici come i titoli value performano sempre meglio dii growth, anche nel periodo della bolla di internet.

Mi sono dilungato parecchio ma l’argomento è vasto e abbiamo solo accennato alcune tecniche, ma se il post è stato di vostro gradimento approfondiremo ulteriori aspetti operativi in futuri articoli….

 

 

banner-long-IM

VN:F [1.9.20_1166]
Rating: 10.0/10 (1 vote cast)
Il Value Investing : le regole d'oro per scegliere i titoli giusti, 10.0 out of 10 based on 1 rating
Nessun commento Commenta