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Commercio estero : quanto ci è servita la svalutazione dell’euro?

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Non a molto. La nostra bilancia commerciale è tornata stabilmente in positivo, e questo significa che contribuisce in maniera positiva al PIL. Ieri è stato diffuso il dato di novembre, buono a conferma di un trend crescente in atto da qualche anno.

Rispetto al mese precedente, a novembre 2016 si registra un aumento sia per le esportazioni (+2,2%) sia per le importazioni (+1,7%). Il surplus commerciale è di 4,2 miliardi (+4,0 miliardi a novembre 2015).

A novembre 2016 le esportazioni verso Stati Uniti (+15,3%), Giappone (+14,1%) e Cina (+12,8%) registrano una marcata crescita tendenziale. Si segnala anche, tra i paesi dell’area Ue, la crescita delle vendite verso Repubblica ceca (+12,7%), Romania (+9,1%) e Germania (+7,0%).

Nei primi undici mesi dell’anno l’avanzo commerciale raggiunge 45,8 miliardi, con un incremento di 9,6 miliardi rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+69,5 miliardi al netto dei prodotti energetici, con una crescita di 1,9 miliardi rispetto al 2015); gli andamenti tendenziali dei flussi sono pari a +0,7% in valore e +1,0% in volume per l’export e, rispettivamente, -2,0% e +3,1% per l’import. (Istat)

La competitività della valuta, soprattutto nei confronti del dollaro, è positiva per quelle nostre imprese fortemente vocate all’esportazione, visto che gli Usa sono il nostro maggiore mercato di sbocco al momento, ma per alcune aziende soprattutto del settore bio-medicale ed engineering, è la Cina il mercato dell’immediato futuro. In termini di sistema paese però, l’impatto della svalutazione monetaria non è necessariamente positivo. E in ogni caso l’impatto della sola  variabile “tasso di cambio” non è sufficiente. Ce lo spiega innanzitutto il grafico successivo : il 54% del nostro commercio estero è Intra  UE, quindi non è influenzato dai tassi di cambio. Il commercio Extra Ue, sebbene sia è praticamente fermo da due anni, la tendenza è piatta : a Novembre 2016 il saldo commerciale è positivo anno su anno, solo perché le importazioni sono diminuite molto di più delle esportazioni.

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Secondo aspetto : al giorno d’oggi, il processo produttivo dei beni può essere molto frammentato. Un esempio classico è lo smartphone. Un prodotto che viene assemblato in un certo paese, utilizza materie prime, semilavorati e componenti che vengono prodotti praticamente in tutto il mondo. Maggiore è la complessità del prodotto, maggiore sarà il contributo di prodotti intermedi. E se importiamo prodotti intermedi più di quanti ne esportiamo, il contributo del cambio può essere anche negativo.

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Bene la crescita nei mercati USA e Giappone (+15%), ma quanto vale in termini di PIL il nostro surplus commerciale? Soltanto il 2,2% del PIL. Quindi bene le aziende che esportano la nostra tecnologia, i nostri macchinari, il nostro abbigliamento. Ma perché questo beneficio si trasmetta all’intera nazione, è necessario che gli stabilimenti produttivi siano in Italia. E perché questo avvenga è necessario che il costo del lavoro diventi competitivo. E perché questo avvenga è necessario ridurre il nostro crescente debito. E ritorniamo sempre lì…ma soprattutto occorre ricerca e formazione, fattori chiave che consentono alla Germania di avere il surplus della bilancia commerciale 5 volte più grande del nostro, in quel caso l’incidenza sul Pil sarebbe decisamente più pesante…12%!.

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