La svalutazione può essere recessiva ? Una ricerca Italiana dice di sì

Scritto il alle 10:23 da [email protected]

In un recente post (cliccate qui) abbiamo parlato della svalutazione monetaria, evidenziando che gli effetti sull’economia possono non essere immediati. Abbiamo anche detto che in determinate circostanze, gli effetti possano anche essere negativi, per quelle economie povere di materie prime, con una filiera produttiva geograficamente frammentata.

La scorsa settimana il Giappone, è tornato in recessione.

 

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Nonostante una gigantesca operazione di espansione monetaria da 80 trilioni di Yen l’anno iniziata nel 2013, e non ancora terminata.

Il Giappone è il paese con il più alto livello di debito pubblico al mondo, ha un tasso di disoccupazione relativamente basso, e una elevata qualità della vita : Tokyo è stata eletta come la città più vivibile al mondo nel 2015 dopo il secondo posto nel 2014.  Fin dall’inizio questa enorme operazione ha avuto come effetto immediato un forte svalutazione dello Yen, che si è notevolmente deprezzato nei confronti di tutte le principali valute.

Dal 2012 la valuta nipponica ha perso il 50% del suo valore nei confronti dell’Euro e oltre il 60 verso il dollaro Usa. Di contro l’indice Nikkei è cresciuto del 150%. I risultati dell’economia reale non sembrano essere stati però soddisfacenti, e insieme alla recessione è tornata la temutissima deflazione.

 

Giappone - Indice dei prezzi al consumo - var. annuale

Giappone – Indice dei prezzi al consumo – var. annuale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La risposta a questo apparente insuccesso almeno iniziale, è un possibile incremento del quantitative easing. La stessa cosa sta per succedere in Europa, dove il programma di acquisto di bond da 60 miliardi di € al mese iniziato il 9 marzo scorso potrebbe essere esteso già dal prossimo meeting della Bce del 3 dicembre.

Dall’inizio del QE europeo, la moneta unica si è pesantemente svalutata, specialmente sul dollaro, perdendo il 40% del suo valore, senza che questo abbia prodotto risultati apprezzabili.

Navigando sul web, ho trovato un post sul sito keynesblob.com, che fa riferimento al lavoro pubblicato da due economisti italiani del dipartimento di Economia e Diritto dell’Università La Sapienza di Roma. Siamo nel 2003. Il titolo del lavoro è : AN AGGREGATE MODEL FOR THE EUROPEAN UNION.  (Per il testo integrale dell’articolo cliccate qui)

Gli autori hanno sviluppato un modello econometrico, ed hanno simulato gli effetti di alcune azioni di politica economica sulle principali variabili macro.

Le simulazioni hanno riguardato alternativamente : una diminuzione permanente della spesa pubblica, un aumento dei prezzi delle importazioni del 5% e relativa pari diminuzione nei prezzi dell’export, e infine gli effetti di una svalutazione del tasso Eur/Usd del 5% all’anno.

La rappresentazione grafica della simulazione è la seguente.

 

Le variabili macro nel periodo simulato

Le variabili macro nel periodo simulato

Il deprezzamento del tasso di cambio, sostengono gli autori, esercita i suoi effetti principalmente attraverso il sistema dei prezzi.

Nel primo anno di simulazione i prezzi delle importazioni aumentano mentre diminuiscono quelli dell’export. Le importazioni diminuiscono dello 0,63% ma l’effetto sul Pil è negativo a causa del ritardo temporale nella risposta della domanda estera. L’aumento dei prezzi delle importazioni riduce il potere d’acquisto delle famiglie in termini reali con un effetto recessivo sui consumi, che porta ad una riduzione del Pil dello 0,25%. Dal terzo anno gli effetti recessivi vengono attenuati dalla ripresa degli investimenti dovuta alla diminuzione dei tassi reali.

 

Risultati dell'elaborazione - estratto

Risultati dell’elaborazione – estratto

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, la disoccupazione tende salire marginalmente di circa 0,1 a 0,2 mentre l’economia entra in un periodo di stagflazione, con l’inflazione che oscilla in un range tra 0,1 a 0,3. La stagflazione, dicono gli autori, si estende per circa quattro – sei anni . Alla fine del periodo il tasso d’inflazione torna ai valori di riferimento, il prodotto interno lordo si riduce e la disoccupazione sale.

Ora, è vero che il modello utilizzato nel lavoro prende in considerazione dati vecchi e relazioni precedenti alla introduzione dell’euro. Ma altrettanto vero è il fatto che assistiamo da anni a continue revisioni dei target e a stime errate delle variabili macro economiche che dovrebbero guidare la politica economia, e questo vale per tutti gli enti, Bce, Ocse, Imf,  Banca d’Italia ecc.

Questo vuol dire che forse qualcosa non va nei modelli. Io non ho certo le conoscenze adeguate, ma la mia umilissima opinione è che sia piuttosto complicato far quadrare i conti di un modello economico che vede una sola Banca Centrale a dettare le regole della politica monetaria comune, e ben 19 paesi che utilizzano la stessa moneta,  ma che hanno ognuno la sua funzione del consumo e degli investimenti, il suo tasso di interesse sul debito, ognuno con il suo sistema fiscale, con la sua istruzione, con la sua politica e via dicendo.

Pertanto concediamo ai nostri due autori almeno il beneficio del dubbio…e se consideriamo il caso Giappone, di dubbi è lecito averne…

 

 

 

 

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