Borse e Dollaro USA: una correlazione insostenibile

Scritto il alle 10:17 da [email protected]

La stagione delle trimestrali Usa si avvicina al suo epilogo e secondo Bloomberg potrebbe essere la peggiore dal 2009. Le aziende più colpite sono ovviamente quelle dei settori oil & gas e delle commodities in generale,  penalizzate dal calo dei prezzi.

Ad oggi  tre quarti delle aziende dell’S&P hanno diffuso i dati, la diminuzione degli earnings su base trimestrale è pari al 3%, il più grande calo dallo stesso periodo del 2009.  In verità il 72% delle aziende che hanno finora diffuso i dati, ha battuto le stime degli analisti ma, e questo è il punto, con utili decrescenti rispetto al passato. Il consensus nel corso del 20015 era stato già drasticamente tagliato, e le stime sugli utili futuri sono ancora meno rosee : a luglio si stimava una crescita annuale degli Eps del 10,9%, mentre oggi il dato è visto al 7,9%. E se ragionassimo in termini di Price/Earnigs questo dovrebbe portare ad un ridimensionamento delle quotazioni della borsa Usa. Sorpresa?

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Niente affatto. Il grafico è eloquente, la riduzione della crescita degli Eps non inizia oggi,  il trend di crescita ha invertito la rotta  già da dicembre 2014. Certo non si può crescere sempre,  e diversi fattori potevano far presagire un a rallentamento : il crollo delle quotazioni del greggio che ha colpito tutto il comparto oil & gas e componentistica, eccesso di offerta, la concorrenza che contrae i margini, e non da ultimo il super – dollaro. Soffermiamoci su questo grafico, e guardiamo la correlazione tra S&P 500 e Dollar Index negli ultimi 15 anni. [ si tratta il DJ Dollar Index di FXCM che considera solo i 4 principali cross valutari ].

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Qualcosa non torna. La correlazione, che storicamente è negativa,  ha cambiato segno ed ha accelerato al rialzo proprio quando è iniziato il terzo QE, quello più esteso ed intenso. E non credo che questo fosse proprio nei piani.

Ma chiediamoci : e’ una correlazione sostenibile? Ci sono almeno due considerazioni da fare. La prima, la più ovvia,  riguarda l’impatto sugli utili societari e di conseguenza sul livello dell’S&P500, che resta il benchmark dell’azionario globale. Le aziende americane sono multinazionali che producono e vendono in tutto il mondo, e un dollaro che si apprezza del 40% sul solo Euro in meno di 6 mesi ha il suo peso. Già ad agosto, un inchiesta del Financial Times stimava circa 100 miliardi di dollari di utili in meno per le big di Wall Street, e questo per il solo 2015. Ma l’effetto cambio sugli utili non si esaurirà nel breve termine. Le determinanti dei tassi di cambio sono molteplici, ma nel medio periodo sono le variabili monetarie a determinare i flussi, tassi di interesse e aspettative di inflazione prima di tutto. E la situazione attuale qual’è? La Fed è prossima ad una stretta monetaria, mentre Europa e Cina hanno appena iniziato la loro politica di allentamento monetario. E’ per questo che molti analisti vedono il cambio più importante al mondo sotto la parità già nel primo semestre 2016.  Ma la domanda è : il mercato lo sconta questo scenario? Fino ad ora sembra proprio di no perché gli indici Usa, sono di nuovo prossimi ai massimi, e anzi il Nasdaq100 questa settimana li ha aggiornati seppur di poco. Seconda questione. In questo momento il mercato sembra scontare un aumento di tassi già a dicembre, almeno stando alla curva dei tassi Usa, al deprezzamento del cambio Eur/Usd e dell’Oro.

Ma alla Fed si aspettavano di arrivare al primo aumento dei tassi da quasi un decennio, con un tale livello del Dollar Index? E possibile che non abbiano considerato un simile scenario? Siamo in una guerra valutaria globale, e la banca centrale americana è stata la prima a scendere in campo, e ora è costretta ad uscire dal gioco proprio mentre la Bce inizia a giocare. Considerando la guidance tracciata da Draghi, non credo che in Europa si toccheranno i tassi nei prossimi due anni. Se la forza del dollaro non fosse sostenibile, quali armi avrebbe la Fed per indebolirlo? Allo stato attuale credo che l’unica sarebbe quella di rinviare l’aumento e attendere un livello più favorevole dei cambi, ma così facendo probabilmente ci rimetterebbe in credibilità, e sarebbe una “esplicita ammissione” che qualcosa non va. Al momento nella Currency World War N.1, sembra che stia vincendo un Italiano ….

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